Francisco Goya e le “Pitture Nere” della Quinta del Sordo

Ciao a tutti, in perfetta antitesi con lo spirito gioioso del Natale, mi accingo a scrivere un articolo, per un altro grande artista della storia dell’Arte, vissuto dalla metà del ‘700. In particolare voglio affrontare il suo ultimo periodo artistico, più originale e rivoluzionario, delle “Pitture Nere” della Quinta del Sordo, che ha inizio nell’ inverno del 1819, in seguito ad una grave malattia, che lo condusse alla morte il 16 aprile 1828.

Prima di guidarvi, come un moderno Virgilio, verso l’oscurità luciferina della sua produzione artistica più cupa, è doveroso tornare alle origini della vita del maestro, per meglio comprendere la straordinaria potenza espressiva della sua Arte e di come la malattia, ha corrotto e deformato la tavolozza dell’ artista, senza intaccare questa espressività.

Francisco Goya nasce nel 1746, a Fuendetodos, Aragona, Spagna, da Josè Goya, povero  maestro doratore, e la madre Engracia Lucientes,  membro della piccola nobiltà Aragonese.

Nel 1760, dopo aver studiato presso la scuola Pias degli Scolopi a Saragozza, a 14 anni diviene allievo del pittore Josè Luzan Martinez per quattro anni , durante i quali si limitò a copiare incisioni italiane e francesi.

Nel 1763 Goya concorre per una borsa di studio, presso l’Accademia reale di Madrid, ma non riesce a vincerla, ci riprova nel 1766, dipingendo una tela a olio, di tema storico,”l’imperatrice Marta eAlfonso il saggio”, ma putroppo anche questa volta senza ottenere nemmeno una critica, dal 1769 sembra che Goya abbia accompagnato a Roma il grande pittore Anton Raphael Mengs, giunto a Madrid nel 1761.

Finalmente nel 1771, un primo riconoscimento accademico, una menzione speciale, a Parma. Nel 1772 gli viene commissionato un affresco della volta della Basilica del Pilar a Saragozza, che gli portò altre commissioni fino alla fine del 1772.

Nel 1774 è chiamato a Madrid per fornire dei cartoni per gli arazzi di Santa Barbara, i cui pittori erano diretti da Francisco Bayeu e Salvador Maella. Nel 1775 consegna e dipinge i nove cartoni per arazzi, e l’anno seguente un’altra serie di cartoni, fino ad arrivare a presentarli nel 1778.

Nel 1781, termina di affrescare la cupola della Basilica del Pilar a Saragozza.

cupola della Basilica del Pilar_goya
cupola della Basilica del Pilar

Dal 1783 al 1785 esegue importanti ritratti tra cui: “Luis de Borbon”, “la famiglia di Luis de Borbon” e “Maria Teresa di Vallabriga”.

Nel 1786 viene nominato pittore del re, per il quale dipinge un altra serie di cartoni per gli arazzi reali.

La prima grande trasformazione avviene nel 1792, anno nel quale Goya contrae la malattia che lo porterà alla sordità. La convalescenza, lo obbliga ad un lungo periodo di meditazione, in netto contrasto, con la vita mondana, la gioia di vivere, l’amore per le donne e la caccia, che lo aveva, fino a qui contraddistinto, lo stesso vale per i temi finora trattati: “leggeri” e per la tavolozza fin qui costituita da colori squillanti, carichi di densità e vivacità, un esempio pittorico su tutti è “l‘ombrellino” o ” il Parasole” famoso cartone per l’ arazzo conservato presso il museo del Prado a Madrid datato 1777 .

il parasole_goya
“il Parasole”1777

Nel 1799 vengono pubblicati i “caprichos” I capricci” una raccolta di 80 tavole realizzate del pittore con la tecnica

dell’ Acquaforte e dell’ Acquatinta, caratterizzati da scene considerate scandalose e sconvolgenti, per i messaggi allegorici aderenti alla realtà che questa scene “fantasiose” in realtà volevano rappresentare.   Sono pensieri stravaganti che creano immagini di fantasia, caratterizzate da una satira pungente, che puntano a descrivere tutti i mali, i pregiudizi, gli inganni, nonché le menzogne della società spagnola di quell’epoca. 

ed in seguito tra il 1810 ed 1820 realizza un altro ciclo di stampe ancora più rivoluzionarie: “Los desastres de la guerra”.

“I disastri della guerra” sono un corpus composto da 82 incisioni, che denunciano con tutta la veemenza possibile ed il crudo realismo, l’orrore della guerra d’indipendenza spagnola.

disastri della guerra_goya

La serie è divisa in tre gruppi che rispecchiano l’ordine in cui le singole incisioni sono state realizzate: le prime 47 incisioni si concentrano su incidenti avvenuti in guerra e sulle conseguenze del conflitto su singoli soldati o civili; la seconda serie (incisioni dalla 48 alla 64) si concentra sugli effetti della carestia, che colpì Madrid tra il 1811 e il 1812, prima che la città fosse liberata dall’occupazione francese, mentre le ultime 17 incisioni raffigurano, il grande malcontento dei liberali, al momento della restaurazione della monarchia dei Borboni al termine del conflitto.

Abbiamo appena iniziato a scendere nell’ oscurità e nel tormento dell’ artista, che già ne siamo travolti e turbati, ma questo è solo l’inizio della discesa agli inferi, infatti sono Le “Pitture Nere” la vera tragedia mefistofelica di cui voglio parlare.

Incominciamo con il dire che “Le Pitture Nere” sono una raccolta di dipinti ad olio su un intonaco di gesso, realizzati intorno al 1819, durante la convalescenza dell’artista, dipinti all’interno di due grandi sale, al pian terreno ed al primo piano, nella residenza di campagna dell’artista chiamata la Quinta del Sordo, nei pressi di Madrid.

Un vero e proprio locus amenus nel quale erano conservati i 14 capolavori più cupi della storia dell’ Arte dell’ 800, poi riportati su tela per essere poi esposti definitivamente al museo del Prado, ancora oggi. il termine Pitture nere non si riferisce solamente alla riduzione della tavolozza a solo colori scuri, ma alla rappresentazione di tematiche demoniache, superstizioni, violente immagini cariche di significati metaforici oscuri.

Entrando nella sala al primo piano, partendo da sinistra erano esposte “Le Parche” in cui vediamo raffigurate le 3 divinità proprie della mitologia greca, a cui spettava il destino e la fine della vita dell’uomo, Atropo, era quella a cui spettava di recidere il filo della vita e per questo raffigurata con le forbici in mano, mentre nelle altre due figure abbozzate, dobbiamo identificare le altre due Parche: Cloto e Lachesi. Quella più a sinistra è Cloto, che nella tradizione aveva in mano una uno strumento che serve per filare, che Goya però, sostituisce con una bambola, simboleggiando l’inizio della vita. La terza donna, quella con la lente in mano è Lachesi: rappresenta il tempo che scorre, ed infatti è intenta ad analizzare con il suo strumento il dettaglio del filo della vita.

Infine la quarta figura rappresenterebbe un prigioniero, con le mani dietro la schiena, come se le avesse legate in qualche modo, metafora dell’impossibilità, da parte dell’essere umano di poter sfuggire o alterare in qualche modo il proprio destino.

le tre Parche_goya
“le tre Parche”1819

Continuando, la nostra discesa nell’Ade pittorico delle “Pitture Nere” troviamo un altro grande dipinto 266x123cm, dal titolo “Duello Rusticano” nel quale Goya rappresenta due “stranieri” con le caviglie immerse e bloccate nella sabbia o fango, in atto di colpirsi, questa condizione obbligata suggerisce che non c’è possibilità di fuga dal conflitto.

duello rusticano_goya
“Duello rusticano”1820

Sul fondo della sala, lungo la parete di sinistra un dipinto verticale di medie dimensioni, ma non meno cupo, nonostante il titolo dell’ opera “Uomini che leggono” o anche “i Politici” con il quale Goya dichiara il malcontento per il governo di Ferdinando VII.

uomini che leggono_goya
“uomini che leggono”1821

Sull’altra parete di fondo Goya dipinge “Due donne che ridono a gola piena” dove raffigura due donne a destra che deridono l’uomo a sinistra in atto di masturbarsi.

due donne che ridono a gola piena_goya
“due donne che ridono a gola piena”1820

di seguito la sala del primo piano continuava con un grande dipinto di 266×123 cm dal titolo “pellegrinaggio alla fonte di san Isidoro”

Pellegrinaggio alla fontana di San Isidoro_goya
“Pellegrinaggio alla fontana di San Isidoro”1819

tra tutte le figure ci sembra scorgere un gruppo di Inquisitori, in testa ad una comitiva di figure cupe, vengono condotte verso la fonte di San Isidoro, ritenuta miracolosa. Qui l’ opinione negativa nei confronti della superstizione e delle pratiche inquisitorie, si palesa nella raffigurazione atterrita ed emaciata dei fedeli, come ipnotizzati da un oscuro maleficio, che seguono come pecorelle smarrite gli appartenenti al Sant’Uffizio.

Infine troviamo un altro dipinto orizzontale, di grandi dimensioni 266×123 cm dal titolo “Asmodea”.

Asmodea
“Asmodea”o “visione fantastica”1823

dipinta insolitamente nelle vesti di donna, nella tradizione, Asmodea era il demone biblico sconfitto da Tobia, raffigurata mentre trasporta in volo l’uomo atterrito con il dito levato ad indicare la rupe , sul fondo, sotto nell’angolo a destra due soldati con i fucili spianati in primo piano puntano le armi sul gruppo di figure che si avvicina alla rupe, rupe che rinvia ad una altra opera del Goya “Attacco ad una cittadella su un picco”.

tra il 1821 ed il 1823 Goya dipinge un ciclo di 6 opere, dipinto nella sala al pian terreno della Quinta del Sordo, forse il più famoso e sconvolgente quanto orrifico dipinto delle “Pitture Nere” del Maestro: “Saturno che divora uno dei suoi figli”, ora conservato al museo del Prado assieme alle altre “Pitture Nere” La scena si apre dal buio, dal quale emerge il Dio Saturno, così avido del potere concessogli e terrorizzato dalla possibilità profetica che uno dei suoi figli possa spodestarlo, da essere lui stesso a ucciderli strappandogli arti e membra. La foga di Saturno è animalesca e fuori controllo, gli occhi strabuzzanti , resi ciechi dall’avidità, le mani strette sul corpo senza vita del figlio.

Saturno_goya
“Saturno che divora uno dei suoi figli”1821

L’opera può avere varie interpretazioni: secondo il mito, Saturno, rappresenta il tempo che divora i giorni. Una seconda teoria vedrebbe invece la fame del titano come un’allegoria della Spagna. In tale contesto Saturno rappresenta la patria che sta uccidendo i propri figli, e lo fa attraverso guerre e rivoluzioni svoltesi negli anni passati.

Rimanendo in tema di efferati omicidi, Goya dipinse sulla parete di destra “Giuditta e Oloferne” 1819 .Nel racconto Biblico, Giuditta liberò la città di Betulia assediata dagli Assiri. Fece invaghire di sé Oloferne, loro generale,  il quale la trattenne con sé al banchetto, Giuditta appena lo vide  ubriaco gli tagliò la testa con la sua stessa spada e poi ritornò nella città. Gli Assiri, trovatolo morto, furono messi in fuga facilmente.

giuditta e oloferne_goya
“Giuditta e Oloferne”1819

Appartenenti al ciclo delle “pitture nere” troviamo ancora: “Due vecchi che mangiano 1821

due vecchi che mangiano_goya
il sabba deòlle streghe-goya

negli stessi anni dipinge “il sabba delle streghe”.Goya dipinge Satana,come un ombra scura che risalta in negativo rispetto al resto del quadro, seduto sopra una roccia e rappresentato come un caprone, con barba e corna.intorno a lui sono disposte a semicerchio, un gruppo di donne, una congrega di streghe, alcune con il volto terrorizzato,altre con lo sguardo rapito.A destra di satana un vecchia con il copricapo bianco rivolata verso le consorelle,sedute tra le bottiglie e fiasche, contenenti i filtri per il rito, mentre sul lato destro una figura vestita con abiti eleganti è pronta per essere iniziata alla pratica occulta del Sabba.

Poi ancora “Cane interrato nella rena”

cane interrato nella rena_goya

il dipinto, presenta una composizione molto semplice e chiara rappresentata da una linea curva nel basso della tela che delimita il livello del terreno che stà per superare il muso di un cane bloccato nella sabbia.

“la romeria di San Isidro” che si rifà sempre allo stesso episodio del dipinto omonimo “Pellegrinaggio alla fonte di Isidoro.”

romeria di san Isidoro

“la leocadia” probabilmente raffigurante, l’amante del pittore,

la popolana elegante

Nelle Pitture nere, possiamo ritrovare tutta la perizia tecnica e l’espressività pittorica del Primo Goya, la malattia però, lo coglie, portando la sua mente all’estremo,  Goya, grazie al potere salvifico dell’Arte, riesce a salvarsi dalla pazzia, trasformando le allucinazioni, in raffigurazioni reali e concrete, il male di Goya è il male della Spagna, e come se il pittore abbia il dovere di patire con la sua patria, per poterne raccontare tutto l’orrore. Goya è libero ora di dar vita alle su visioni più intime, dopo più di 30 anni ad assecondare le richieste delle committenze, dove regnano ovunque, ricchezza, garbo, bellezza ed elegenza, Il Goya Liberato, non può che dar libero sfogo a ciò che realmente vede intorno a se, Superstizioni, guerre di potere, violenze di ogni genere, l’ipocrisia di una classe regnante, per lo più considerata dal pittore come inappropriata, l’estrema povertà del popolo, costretto ad accapigliarsi per poche briciole.

 Tutto il mondo di Goya cala nelle tenebre, i paesaggi aridi,  per i quali trae spunto dai luoghi natii, fanno da sfondo a scene cariche di significati allegorici, il popolo viene raffigurato come deforme, urlante nelle pennellate corte e nervose, volti abbrutiti dalle malattie e dalla miseria, anche morale. I personaggi illustri, prima raffigurati in sontuose vesti, ora appaiono in tutta la loro reale crudeltà e miseria d’animo, anch’essi carichi di espressività maligna, ci raccontano di un potere corrotto nella morale dedito più a maltrattare e torturare il popolo che alla carità Cristiana.

Dal prima al dopo malattia, si nota una trasformazione della tavolozza,  predominano i toni neutri: grigi, i neri,e i bruni, sui quali spiccano i rossi, gialli e azzurri, quasi puri. Anche la pennellata cambia, diventando più corta e nervosa, con brusche densità di impasto, effetto materico ottenuto anche con l’uso della spatola.

Nella composizione architettonica della scena, appare “la volta”, come per “La scena dell’inquisizione” e “Manicomio” elemento che compare in molti dipinti, incisioni e disegni, dell’artista, e che dona un senso di schiacciamento, di reclusione, come a voler coprire tutte le nefandezze e i crimini perpetrati dall’uomo  lontani dalla luce della ragione e dal bello (bello inteso in senso greco: Kalos kai agathos).

La scena dell'Inquisizione 1814 goya
“La scena dell’Inquisizione” 1814

Hieronymus Bosh (1453-1516)

Bosh, è L’Artista di cui certamente avrete sentito parlare per essere considerato come il pittore più onirico ed esoterico del ‘400, ne scrivo perché lo amo molto, per il suo modo di raccontare ciò che “sente” in modo così originale e “moderno” per la sua epoca, a mio avviso si inserisce nella categoria dei geni che riescono ad essere artisti del proprio tempo.

Nello specifico, il Bosh crea delle raffigurazioni pittoriche che anticipano di quattro, se non cinque secoli, la ricerca in campo psicologico dell’ Arte, che toccherà il suo apice con l’ Espressionismo fondato nel 1905 a Dresda.

Hieronymus Bosh prende il nome dalla cittadina di s’Hertogenbosh, (Paesi Bassi) figlio d’arte, il padre Anthonis di Jan Van Aken, possedeva un bottega d’arte, che verrà in seguito rilevata dal fratello del Bosh, Goossen.

La sua poetica tra il mistico e il sadico, ha radici profonde nel contesto storico in cui cresce, sarà proprio la cittadina in cui vive l’artista, nel 1468 ad essere messa a ferro e fuoco e i suoi abitanti torturati nelle piazze pubbliche, in nome della chiesa.

Il conflitto tra luterani e cattolici si era acuito maggiormente in seguito alla Bolla Papale del 1848 “Summis desiderantes affectibus” che a discapito dal titolo, dichiarava che la lotta tra il bene e il male era definitivamente trasferita sulla terra. Ciò dette origine al momento più scuro del Medio Evo noto per le persecuzioni degli eretici ed i roghi delle streghe.

In questo contesto di follia e sadismo generale, opera il Bosh, il quale non fa altro che trasformare ciò che vede in figure tra il reale ed il fantastico con connotazioni metaforiche. In più anche la produzione letteraria, diffusa maggiormente in questo clima, che si ispira ai temi del magico e il divino, diventa materiale iconografico da cui attingere per la propria produzione artistica. per es. “l’Editio Princeps” ispirato alla visione di Tondalo, in cui si racconta la storia di un cavaliere irlandese e dissoluto del XII sec. che scende all’inferno ed il suo incontro con il Diavolo.

Nel 1846 l’artista entra nella Confraternita della Cattedrale di Sangiovanni una tra le centinaia di confraternite religiose che fioriscono nel ‘400, che svolgono attività di insegnamento, trascrizione di manoscritti e pubblicazione di libri. La confraternita in cui il Bosh ebbe anche modo di conoscere l’architetto e incisore Allaert de Hameel, era divisa in due correnti di pensiero, una religiosa ed intransigente contro qualsiasi forma di eresia, e un’ altra animata da una accesa critica contro la corruzione dilagante all’interno del clero, per questo motivo la Confraternita fu accusata spesso di eresia.

Sempre nello stesso periodo il Bosh pare prendere parte ad un’altra associazione detta, degli Homines Intelligentibus facente riferimento ad un’altra setta, questi veramente eretici, denominata dei fratelli e delle sorelle del Libero Spirito. Diffusa in Germania e Paesi Bassi. Basti pensare che per questa Confraternita non esisteva la resurrezione della carne, il peccato originale dipendeva dalla volontà divina e che quindi nulla potesse fare l’uomo per porvi rimedio.

Un altro testo pubblicato nel 1847 a Strasburgo, il “Malleus Maleficarum” di Henricus Kramer e Jacobus Spranger da origine ad un altro periodo di persecuzioni, nel libro si predica che, a causa dei peccati commessi dagli uomini Dio, ha permesso al demonio di insediarsi sulla terra dando vita a strerghe e stregoni.

Alla luce di tutto ciò si inizia a comprendere l’insolita, quanto immaginifica iconografia rappresentata dal Bosh in tutta la sua produzione artistica e di cui Filippo II detto “il Bello” fu uno dei maggiori committenti.

Tornando a parlare di Arte nel 1494, viene pubblicato in volgare il poema “ La nave dei pazzi” da cui il Bosh trarra spunto per un opera omonima

Bosh ship of fools
“The ship of fools” 1494
Louvre,Parigi

L’opera è un dittico composto da due piccole tavole dipinte ad olio: la prima quella più in alto “la nave dei folli” e un altra tavola, dal titolo “Allegoria dei piaceri” collocata di seguito, sotto.

immagine reale di come è composto il dittico
immagine reale di come è composto il dittico

La scena rappresenta, un mondo onirico ed irreale , in cui i protagonisti sono uomini e donne, colti in azioni tra il ridicolo ed il lussurioso, gli uomini sono rappresentati con i tratti deformati dal giudizio morale che l’artista vuole rappresentare, mentre la donne incarnano la concezione diffusa della donna tentatrice, strumento nelle mani del demonio per tentare l’uomo pio.

Il dipinto è una scena bucolica in cui il pittore rappresenta la sua critica nei confronti dell’abbondanza e quindi dello spreco di cibo, da parte della chiesa a discapito del popolo indigente ridotto alla miseria.

Il cibo in quest’ opera equivale al peccato , come il sesso ed il bere che vengono considerate le tentazioni dell’ demonio, e per questo profondamente biasimate, ma la profonda visione anticlericale che divampa nelle opere del Bosh ci trascina in un mondo orrifico ma verosimile, in cui i preti e le suore bevono e si abbandonano alla follia ed ai piaceri del vino e del cibo, incuranti della miseria intorno a loro.

Questa opera che ho preso in esempio non è che una, della vasta produzione dell’artista fiammingo che rappresenta un unicum della storia dell’Arte, altra opera rivoluzionaria del Bosh, che morirà di lì a poco nel 1516, è Il Trittico del Fieno, datato 1516 e conservato al museo del Prado a Madrid. Un opera composta da 5 tavole dipinte ad olio, i due sportelli chiusi compongono l’opera “Il cammino della vita”

bosh il cammino della vita
“Il cammino della vita”

L’ opera in questione, è una narrazione che si rivela piano piano, dapprima i due sportelli chiusi ritraggono un viandante che si trascina lungo la strada mentre intorno a lui si manifestano ogni genere di male, come monito per colui che osserva, di rimanere sempre attento e fedele al bene. nonostante, credenza comune all’epoca, gli uomini siano sempre dediti al male ed al peccato, per loro natura. Il pittore fiammingo, per i soggetti delle sue opere, si rifà alla simbologia esoterica, all’alchimia, ed ai Tarocchi.

il viandante infatti potrebbe fare riferimento al ventiduesimo arcano il Matto, che nei tarocchi può avere un duplice significato: o il grado più alto dell’ iniziazione, oppure il vagabondo che si trascina il suo carico di peccati, lungo la strada della vita, il bosh lo ritrae vestito con un costume preso dalla Commedia dell’Arte.

Trittico del carro di fieno: Il peccato originale”; “il carro di fieno” e “le costruzioni infernali” Museo Del Prado, Madrid

Una volta aperti gli sportelli le tre tavole che troviamo davanti sono un sunto di tutta la poetica iconografica del Bosh.

Partendo da sinistra, ne “Il peccato originale”, il pittore fiammingo, racconta la storia di Adamo ed Eva, partendo dall’alto, la venuta sulla terra come prediletta creatura di Dio, a seguire troviamo il diavolo che tenta Eva nelle vesti di serpente ed infine la cacciata dal paradiso, raffigurata in primo piano.

Sulla tavola centrale Bosh dipinge “Il carro di fieno” una scena allegorica popolata da tutto il clero, da sinistra il papa Alessandro VI, il re Filippo II e la sua corte, al centro un enorme carro pieno di fieno,potrebbe fare riferimento al settimo arcano dei tarocchi, in realtà il fieno nella tradizione fiamminga simboleggia la ricchezza e quindi l’avidità, e i sentimenti negativi che provoca. il carro è difeso e scortato da delle guardie mezzo-uomo mezzo-animale, sul carro, troviamo una scena di corteggiamento incorniciata dalle due figure antitetiche, l’Angelo e il diavolo, mentre Gesù guarda dalle nuvole la scena, a mani levate. Bosh dà molta importanza al significato della musica e degli strumenti musicali, conferendo una valenza dialettica, tra strumenti a corda , considerati strumento del bene, e strumenti a fiato, considerati invece, carichi di valenza demoniaca e per questo dipinti come parti anatomiche dei volti dei diavoli.

Infine, nell’ultima tavola a destra, Bosh raffigura “Le costruzioni infernali”

Il pittore, intende l’inferno Dantesco come una fornace operosa, in cui gli uomini, peccatori sono costretti a lavorare senza sosta mentre un esercito di diavoli, rappresentati come dei mostri crudeli, scuri con le fattezze deformi, infliggono ogni sorta di tortura affinché questa “costruzione” continui a crescere, E’ un inferno operoso come operosa ed efficace, era considerato l’intervento del Diavolo sulla terra.

La trattazione del demoniaco nei dipinti del Bosh rappresenta la massima libertà di sfrenata fantasia ed il picco artistico raggiunto dal maestro, con una capacità pittorica e una sensibilità nell’uso dei colori che lo annoverano ancora oggi tra i massimi pittori del passato.

continua.