Canova. Eterna bellezza.

Canova, Eterna bellezza. Museo di Roma, Palazzo Braschi. Dal 9 ottobre 2019 al 15 Marzo 2020.

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una vista inaspettata di Piazza Navona durante l’epifania

Approfittando delle feste dell’epifania, abbiamo iniziato l’anno con la grande Arte, recandoci a visitare una mostra imperdibile ed unica, presso il Museo di Roma a Palazzo Braschi. Canova. Eterna bellezza. La mostra si concentra sul rapporto tra Antonio Canova e Roma iniziato dal suo arrivo in Urbe nel 1799.

La mostra allestita nelle sale del primo piano del palazzo, inizia dal cortile sottostante, dove è stata collocata una riproduzione del gruppo scultoreo “Amore e psiche giacente” del Canova, conservata presso il museo del Louvre a Parigi. L’artista che l’ha riprodotta è un robot che partendo da una scansione in 3d dell’ originale, ha poi riprodotto l’opera su marmo di Carrara scolpendo incessantemente per 270 ore per un impiego di un totale di 10 tonnellate di marmo.(opera by Magister e Robotor).

riproduzione Amore e psiche stanti_by magister con Robotor_pieroeffenews.blogspot.com/2019/10/canova-eterna-bellezza.html
da http://pieroeffenews.blogspot.com/2019/10/canova-eterna-bellezza.html

La mostra si articola in 13 sezioni, dislocate lungo le varie sale, che si susseguono seguendo l’ ordine cronologico dall’ arrivo a Roma nel 1799 fino agli ultimi anni, che Canova decise di trascorrere nella sua città natia di Possagno, dedicandosi alla pittura.

L’atmosfera che ci accoglie all’ingresso è molto intima quasi sacra, l’allestimento è stato pensato per trascinare lo spettatore nelle tenebre e poi meravigliarlo ad ogni passo con il candore dei marmi e dei gessi esposti ai tagli di luce dei proiettori.

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“Creugante” e “Damosseno”
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“amore e Psiche stanti”

Questo senso scenografico è stato amplificato dalla collocazione delle statue in marmo e alcune riproduzioni originali in gesso su delle pedane girevoli di colore bianco, che non distraggono ma anzi valorizzano le opere permettendoci di attendere con lo sguardo il momento ideale per coglierne tutta la perfezione quasi divina, e come avrebbe voluto lo stesso Canova sono posti degli enormi specchi grandi come porte, che ai lati dei gruppi scultorei, ne riproducono le forme ribaltate creando un atmosfera simile ad un evento teatrale.

 Danzatrice con le mani sui fianchi San Pietroburgo

Danzatrice con le mani sui fianchi” San Pietroburgo.
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Perseo e Medusa_artisblog
“Perseo e Medusa” riproduzione in gesso

Adiacente ad una delle sale, troverete una stanza dalle pareti color panna, dove si possono ammirare alcuni disegni del Maestro e di suoi coevi. Mi è piaciuto molto leggere questa didascalia posta su un lato della parete.

“Il disegno fu per Canova un’attività quotidiana cui si dedicò per tutta la vita con indefessa dedizione”. La perfezione del tratto, infatti è impressionante, oltre alla resa realistica di gusto neoclassico proprio del 700/800 a Roma ed in generale tutta Europa.e ancora “Strumento fondamentale per l’ideazione artistica e palestra per lo studio dell’antico. l’attività grafica, fu davvero il laboratorio segreto dell’ artista, il quale era solito dire:

“scalpello e matita sono gli strumenti che conducono all’immortalità”

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“Creugante”
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“Damosseno”
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“Ercole e Lica”Antonio Canova
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“Ercole e Lica”Pietro Fontana

Nel corso della mostra è possibile imbattersi in riproduzioni dell’epoca realizzate a Roma dagli artigiani dell’ epoca secondo il gusto Neoclassico, considerato come “il Bello ideale” secondo il pensiero teorico di winkelmann “il piacevole secondo ragione, quando è semplice al massimo, libera da fronzoli, da costrizioni e da arguzie ricercate.”

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“Satiro dormiente”formatore romano_riproduzione in gesso da originale in marmo greco. 1810 circa

“La Maddalena penitente”

Questa scultura meno nota è quella che più ci ha colpito, la Maddalena è accovacciata a terra vicina ad un teschio, con in mano un grande crocifisso ha il volto rigato dalle lacrime, quest’opera è una delle poche opere del Canova a carattere religioso, ma qui il Sacro ed il profano si confondono in un raffinato equilibrio tra “commovente espressione di religiosità e resa appassionata del nudo”.

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“Maddalena penitente”
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“Maddalena penitente”
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“Maddalena penitente” altra angolazione
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“Maddalena penitente”

Il mattino ha l’oro in bocca

Buon Inizio di anno a tutti, mentre state ancora dormendo, il vostro affezionato, è già al lavoro per voi, per iniziare questo 2020 nel migliore dei modi.

Cari Artisti, cari lettori, iniziamo il 2020, cercando di non fare promesse irrealizzabili, e sopratutto evitiamo i  famosi buoni propositi che si esauriscono spesso, insieme agli avanzi delle feste. Poniamoci obiettivi piccoli, a breve scadenza e un obiettivo mega per la fine del 2020, la progettazione è tutto.
Prendete il vostro nuovo calendario e segnate alla fine di ogni mese i traguardi che volete raggiungere, es l’iscrizione al corso di inglese, o l’acquisizione di una nuova competenza, lo sviluppo di un idea che vi piace, ma che continuate a rimandare per pigrizia, potete fare tutto ciò che volete, non vi basterà che iniziare a scriverlo che già diventa reale. Ovviamente come tutti i progetti, anche il vostro ha bisogno di azioni intermedie per essere raggiunto, ed una autodisciplina che non vi faccia mai perdere di vista,il vostro target.
Io per esempio, mi sono dato un termine per completare il materiale per la mia mostra personale ed in particolare sto duellando con una tela di oltre 2 metri, che sto dipingendo a olio da circa 3 mesi, e che sembra non finire mai. Il mio obiettivo per la fine del mese è terminare questa opera, e per farlo ho deciso di dedicare almeno 2 ore ogni giorno dalle 18/20, a fine mese lo vedrete qui!

Francisco Goya e le “Pitture Nere” della Quinta del Sordo

Ciao a tutti, in perfetta antitesi con lo spirito gioioso del Natale, mi accingo a scrivere un articolo, per un altro grande artista della storia dell’Arte, vissuto dalla metà del ‘700. In particolare voglio affrontare il suo ultimo periodo artistico, più originale e rivoluzionario, delle “Pitture Nere” della Quinta del Sordo, che ha inizio nell’ inverno del 1819, in seguito ad una grave malattia, che lo condusse alla morte il 16 aprile 1828.

Prima di guidarvi, come un moderno Virgilio, verso l’oscurità luciferina della sua produzione artistica più cupa, è doveroso tornare alle origini della vita del maestro, per meglio comprendere la straordinaria potenza espressiva della sua Arte e di come la malattia, ha corrotto e deformato la tavolozza dell’ artista, senza intaccare questa espressività.

Francisco Goya nasce nel 1746, a Fuendetodos, Aragona, Spagna, da Josè Goya, povero  maestro doratore, e la madre Engracia Lucientes,  membro della piccola nobiltà Aragonese.

Nel 1760, dopo aver studiato presso la scuola Pias degli Scolopi a Saragozza, a 14 anni diviene allievo del pittore Josè Luzan Martinez per quattro anni , durante i quali si limitò a copiare incisioni italiane e francesi.

Nel 1763 Goya concorre per una borsa di studio, presso l’Accademia reale di Madrid, ma non riesce a vincerla, ci riprova nel 1766, dipingendo una tela a olio, di tema storico,”l’imperatrice Marta eAlfonso il saggio”, ma putroppo anche questa volta senza ottenere nemmeno una critica, dal 1769 sembra che Goya abbia accompagnato a Roma il grande pittore Anton Raphael Mengs, giunto a Madrid nel 1761.

Finalmente nel 1771, un primo riconoscimento accademico, una menzione speciale, a Parma. Nel 1772 gli viene commissionato un affresco della volta della Basilica del Pilar a Saragozza, che gli portò altre commissioni fino alla fine del 1772.

Nel 1774 è chiamato a Madrid per fornire dei cartoni per gli arazzi di Santa Barbara, i cui pittori erano diretti da Francisco Bayeu e Salvador Maella. Nel 1775 consegna e dipinge i nove cartoni per arazzi, e l’anno seguente un’altra serie di cartoni, fino ad arrivare a presentarli nel 1778.

Nel 1781, termina di affrescare la cupola della Basilica del Pilar a Saragozza.

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cupola della Basilica del Pilar

Dal 1783 al 1785 esegue importanti ritratti tra cui: “Luis de Borbon”, “la famiglia di Luis de Borbon” e “Maria Teresa di Vallabriga”.

Nel 1786 viene nominato pittore del re, per il quale dipinge un altra serie di cartoni per gli arazzi reali.

La prima grande trasformazione avviene nel 1792, anno nel quale Goya contrae la malattia che lo porterà alla sordità. La convalescenza, lo obbliga ad un lungo periodo di meditazione, in netto contrasto, con la vita mondana, la gioia di vivere, l’amore per le donne e la caccia, che lo aveva, fino a qui contraddistinto, lo stesso vale per i temi finora trattati: “leggeri” e per la tavolozza fin qui costituita da colori squillanti, carichi di densità e vivacità, un esempio pittorico su tutti è “l‘ombrellino” o ” il Parasole” famoso cartone per l’ arazzo conservato presso il museo del Prado a Madrid datato 1777 .

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“il Parasole”1777

Nel 1799 vengono pubblicati i “caprichos” I capricci” una raccolta di 80 tavole realizzate del pittore con la tecnica

dell’ Acquaforte e dell’ Acquatinta, caratterizzati da scene considerate scandalose e sconvolgenti, per i messaggi allegorici aderenti alla realtà che questa scene “fantasiose” in realtà volevano rappresentare.   Sono pensieri stravaganti che creano immagini di fantasia, caratterizzate da una satira pungente, che puntano a descrivere tutti i mali, i pregiudizi, gli inganni, nonché le menzogne della società spagnola di quell’epoca. 

ed in seguito tra il 1810 ed 1820 realizza un altro ciclo di stampe ancora più rivoluzionarie: “Los desastres de la guerra”.

“I disastri della guerra” sono un corpus composto da 82 incisioni, che denunciano con tutta la veemenza possibile ed il crudo realismo, l’orrore della guerra d’indipendenza spagnola.

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La serie è divisa in tre gruppi che rispecchiano l’ordine in cui le singole incisioni sono state realizzate: le prime 47 incisioni si concentrano su incidenti avvenuti in guerra e sulle conseguenze del conflitto su singoli soldati o civili; la seconda serie (incisioni dalla 48 alla 64) si concentra sugli effetti della carestia, che colpì Madrid tra il 1811 e il 1812, prima che la città fosse liberata dall’occupazione francese, mentre le ultime 17 incisioni raffigurano, il grande malcontento dei liberali, al momento della restaurazione della monarchia dei Borboni al termine del conflitto.

Abbiamo appena iniziato a scendere nell’ oscurità e nel tormento dell’ artista, che già ne siamo travolti e turbati, ma questo è solo l’inizio della discesa agli inferi, infatti sono Le “Pitture Nere” la vera tragedia mefistofelica di cui voglio parlare.

Incominciamo con il dire che “Le Pitture Nere” sono una raccolta di dipinti ad olio su un intonaco di gesso, realizzati intorno al 1819, durante la convalescenza dell’artista, dipinti all’interno di due grandi sale, al pian terreno ed al primo piano, nella residenza di campagna dell’artista chiamata la Quinta del Sordo, nei pressi di Madrid.

Un vero e proprio locus amenus nel quale erano conservati i 14 capolavori più cupi della storia dell’ Arte dell’ 800, poi riportati su tela per essere poi esposti definitivamente al museo del Prado, ancora oggi. il termine Pitture nere non si riferisce solamente alla riduzione della tavolozza a solo colori scuri, ma alla rappresentazione di tematiche demoniache, superstizioni, violente immagini cariche di significati metaforici oscuri.

Entrando nella sala al primo piano, partendo da sinistra erano esposte “Le Parche” in cui vediamo raffigurate le 3 divinità proprie della mitologia greca, a cui spettava il destino e la fine della vita dell’uomo, Atropo, era quella a cui spettava di recidere il filo della vita e per questo raffigurata con le forbici in mano, mentre nelle altre due figure abbozzate, dobbiamo identificare le altre due Parche: Cloto e Lachesi. Quella più a sinistra è Cloto, che nella tradizione aveva in mano una uno strumento che serve per filare, che Goya però, sostituisce con una bambola, simboleggiando l’inizio della vita. La terza donna, quella con la lente in mano è Lachesi: rappresenta il tempo che scorre, ed infatti è intenta ad analizzare con il suo strumento il dettaglio del filo della vita.

Infine la quarta figura rappresenterebbe un prigioniero, con le mani dietro la schiena, come se le avesse legate in qualche modo, metafora dell’impossibilità, da parte dell’essere umano di poter sfuggire o alterare in qualche modo il proprio destino.

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“le tre Parche”1819

Continuando, la nostra discesa nell’Ade pittorico delle “Pitture Nere” troviamo un altro grande dipinto 266x123cm, dal titolo “Duello Rusticano” nel quale Goya rappresenta due “stranieri” con le caviglie immerse e bloccate nella sabbia o fango, in atto di colpirsi, questa condizione obbligata suggerisce che non c’è possibilità di fuga dal conflitto.

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“Duello rusticano”1820

Sul fondo della sala, lungo la parete di sinistra un dipinto verticale di medie dimensioni, ma non meno cupo, nonostante il titolo dell’ opera “Uomini che leggono” o anche “i Politici” con il quale Goya dichiara il malcontento per il governo di Ferdinando VII.

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“uomini che leggono”1821

Sull’altra parete di fondo Goya dipinge “Due donne che ridono a gola piena” dove raffigura due donne a destra che deridono l’uomo a sinistra in atto di masturbarsi.

due donne che ridono a gola piena_goya
“due donne che ridono a gola piena”1820

di seguito la sala del primo piano continuava con un grande dipinto di 266×123 cm dal titolo “pellegrinaggio alla fonte di san Isidoro”

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“Pellegrinaggio alla fontana di San Isidoro”1819

tra tutte le figure ci sembra scorgere un gruppo di Inquisitori, in testa ad una comitiva di figure cupe, vengono condotte verso la fonte di San Isidoro, ritenuta miracolosa. Qui l’ opinione negativa nei confronti della superstizione e delle pratiche inquisitorie, si palesa nella raffigurazione atterrita ed emaciata dei fedeli, come ipnotizzati da un oscuro maleficio, che seguono come pecorelle smarrite gli appartenenti al Sant’Uffizio.

Infine troviamo un altro dipinto orizzontale, di grandi dimensioni 266×123 cm dal titolo “Asmodea”.

Asmodea
“Asmodea”o “visione fantastica”1823

dipinta insolitamente nelle vesti di donna, nella tradizione, Asmodea era il demone biblico sconfitto da Tobia, raffigurata mentre trasporta in volo l’uomo atterrito con il dito levato ad indicare la rupe , sul fondo, sotto nell’angolo a destra due soldati con i fucili spianati in primo piano puntano le armi sul gruppo di figure che si avvicina alla rupe, rupe che rinvia ad una altra opera del Goya “Attacco ad una cittadella su un picco”.

tra il 1821 ed il 1823 Goya dipinge un ciclo di 6 opere, dipinto nella sala al pian terreno della Quinta del Sordo, forse il più famoso e sconvolgente quanto orrifico dipinto delle “Pitture Nere” del Maestro: “Saturno che divora uno dei suoi figli”, ora conservato al museo del Prado assieme alle altre “Pitture Nere” La scena si apre dal buio, dal quale emerge il Dio Saturno, così avido del potere concessogli e terrorizzato dalla possibilità profetica che uno dei suoi figli possa spodestarlo, da essere lui stesso a ucciderli strappandogli arti e membra. La foga di Saturno è animalesca e fuori controllo, gli occhi strabuzzanti , resi ciechi dall’avidità, le mani strette sul corpo senza vita del figlio.

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“Saturno che divora uno dei suoi figli”1821

L’opera può avere varie interpretazioni: secondo il mito, Saturno, rappresenta il tempo che divora i giorni. Una seconda teoria vedrebbe invece la fame del titano come un’allegoria della Spagna. In tale contesto Saturno rappresenta la patria che sta uccidendo i propri figli, e lo fa attraverso guerre e rivoluzioni svoltesi negli anni passati.

Rimanendo in tema di efferati omicidi, Goya dipinse sulla parete di destra “Giuditta e Oloferne” 1819 .Nel racconto Biblico, Giuditta liberò la città di Betulia assediata dagli Assiri. Fece invaghire di sé Oloferne, loro generale,  il quale la trattenne con sé al banchetto, Giuditta appena lo vide  ubriaco gli tagliò la testa con la sua stessa spada e poi ritornò nella città. Gli Assiri, trovatolo morto, furono messi in fuga facilmente.

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“Giuditta e Oloferne”1819

Appartenenti al ciclo delle “pitture nere” troviamo ancora: “Due vecchi che mangiano 1821

due vecchi che mangiano_goya
il sabba deòlle streghe-goya

negli stessi anni dipinge “il sabba delle streghe”.Goya dipinge Satana,come un ombra scura che risalta in negativo rispetto al resto del quadro, seduto sopra una roccia e rappresentato come un caprone, con barba e corna.intorno a lui sono disposte a semicerchio, un gruppo di donne, una congrega di streghe, alcune con il volto terrorizzato,altre con lo sguardo rapito.A destra di satana un vecchia con il copricapo bianco rivolata verso le consorelle,sedute tra le bottiglie e fiasche, contenenti i filtri per il rito, mentre sul lato destro una figura vestita con abiti eleganti è pronta per essere iniziata alla pratica occulta del Sabba.

Poi ancora “Cane interrato nella rena”

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il dipinto, presenta una composizione molto semplice e chiara rappresentata da una linea curva nel basso della tela che delimita il livello del terreno che stà per superare il muso di un cane bloccato nella sabbia.

“la romeria di San Isidro” che si rifà sempre allo stesso episodio del dipinto omonimo “Pellegrinaggio alla fonte di Isidoro.”

romeria di san Isidoro

“la leocadia” probabilmente raffigurante, l’amante del pittore,

la popolana elegante

Nelle Pitture nere, possiamo ritrovare tutta la perizia tecnica e l’espressività pittorica del Primo Goya, la malattia però, lo coglie, portando la sua mente all’estremo,  Goya, grazie al potere salvifico dell’Arte, riesce a salvarsi dalla pazzia, trasformando le allucinazioni, in raffigurazioni reali e concrete, il male di Goya è il male della Spagna, e come se il pittore abbia il dovere di patire con la sua patria, per poterne raccontare tutto l’orrore. Goya è libero ora di dar vita alle su visioni più intime, dopo più di 30 anni ad assecondare le richieste delle committenze, dove regnano ovunque, ricchezza, garbo, bellezza ed elegenza, Il Goya Liberato, non può che dar libero sfogo a ciò che realmente vede intorno a se, Superstizioni, guerre di potere, violenze di ogni genere, l’ipocrisia di una classe regnante, per lo più considerata dal pittore come inappropriata, l’estrema povertà del popolo, costretto ad accapigliarsi per poche briciole.

 Tutto il mondo di Goya cala nelle tenebre, i paesaggi aridi,  per i quali trae spunto dai luoghi natii, fanno da sfondo a scene cariche di significati allegorici, il popolo viene raffigurato come deforme, urlante nelle pennellate corte e nervose, volti abbrutiti dalle malattie e dalla miseria, anche morale. I personaggi illustri, prima raffigurati in sontuose vesti, ora appaiono in tutta la loro reale crudeltà e miseria d’animo, anch’essi carichi di espressività maligna, ci raccontano di un potere corrotto nella morale dedito più a maltrattare e torturare il popolo che alla carità Cristiana.

Dal prima al dopo malattia, si nota una trasformazione della tavolozza,  predominano i toni neutri: grigi, i neri,e i bruni, sui quali spiccano i rossi, gialli e azzurri, quasi puri. Anche la pennellata cambia, diventando più corta e nervosa, con brusche densità di impasto, effetto materico ottenuto anche con l’uso della spatola.

Nella composizione architettonica della scena, appare “la volta”, come per “La scena dell’inquisizione” e “Manicomio” elemento che compare in molti dipinti, incisioni e disegni, dell’artista, e che dona un senso di schiacciamento, di reclusione, come a voler coprire tutte le nefandezze e i crimini perpetrati dall’uomo  lontani dalla luce della ragione e dal bello (bello inteso in senso greco: Kalos kai agathos).

La scena dell'Inquisizione 1814 goya
“La scena dell’Inquisizione” 1814

Hieronymus Bosh (1453-1516)

Bosh, è L’Artista di cui certamente avrete sentito parlare per essere considerato come il pittore più onirico ed esoterico del ‘400, ne scrivo perché lo amo molto, per il suo modo di raccontare ciò che “sente” in modo così originale e “moderno” per la sua epoca, a mio avviso si inserisce nella categoria dei geni che riescono ad essere artisti del proprio tempo.

Nello specifico, il Bosh crea delle raffigurazioni pittoriche che anticipano di quattro, se non cinque secoli, la ricerca in campo psicologico dell’ Arte, che toccherà il suo apice con l’ Espressionismo fondato nel 1905 a Dresda.

Hieronymus Bosh prende il nome dalla cittadina di s’Hertogenbosh, (Paesi Bassi) figlio d’arte, il padre Anthonis di Jan Van Aken, possedeva un bottega d’arte, che verrà in seguito rilevata dal fratello del Bosh, Goossen.

La sua poetica tra il mistico e il sadico, ha radici profonde nel contesto storico in cui cresce, sarà proprio la cittadina in cui vive l’artista, nel 1468 ad essere messa a ferro e fuoco e i suoi abitanti torturati nelle piazze pubbliche, in nome della chiesa.

Il conflitto tra luterani e cattolici si era acuito maggiormente in seguito alla Bolla Papale del 1848 “Summis desiderantes affectibus” che a discapito dal titolo, dichiarava che la lotta tra il bene e il male era definitivamente trasferita sulla terra. Ciò dette origine al momento più scuro del Medio Evo noto per le persecuzioni degli eretici ed i roghi delle streghe.

In questo contesto di follia e sadismo generale, opera il Bosh, il quale non fa altro che trasformare ciò che vede in figure tra il reale ed il fantastico con connotazioni metaforiche. In più anche la produzione letteraria, diffusa maggiormente in questo clima, che si ispira ai temi del magico e il divino, diventa materiale iconografico da cui attingere per la propria produzione artistica. per es. “l’Editio Princeps” ispirato alla visione di Tondalo, in cui si racconta la storia di un cavaliere irlandese e dissoluto del XII sec. che scende all’inferno ed il suo incontro con il Diavolo.

Nel 1846 l’artista entra nella Confraternita della Cattedrale di Sangiovanni una tra le centinaia di confraternite religiose che fioriscono nel ‘400, che svolgono attività di insegnamento, trascrizione di manoscritti e pubblicazione di libri. La confraternita in cui il Bosh ebbe anche modo di conoscere l’architetto e incisore Allaert de Hameel, era divisa in due correnti di pensiero, una religiosa ed intransigente contro qualsiasi forma di eresia, e un’ altra animata da una accesa critica contro la corruzione dilagante all’interno del clero, per questo motivo la Confraternita fu accusata spesso di eresia.

Sempre nello stesso periodo il Bosh pare prendere parte ad un’altra associazione detta, degli Homines Intelligentibus facente riferimento ad un’altra setta, questi veramente eretici, denominata dei fratelli e delle sorelle del Libero Spirito. Diffusa in Germania e Paesi Bassi. Basti pensare che per questa Confraternita non esisteva la resurrezione della carne, il peccato originale dipendeva dalla volontà divina e che quindi nulla potesse fare l’uomo per porvi rimedio.

Un altro testo pubblicato nel 1847 a Strasburgo, il “Malleus Maleficarum” di Henricus Kramer e Jacobus Spranger da origine ad un altro periodo di persecuzioni, nel libro si predica che, a causa dei peccati commessi dagli uomini Dio, ha permesso al demonio di insediarsi sulla terra dando vita a strerghe e stregoni.

Alla luce di tutto ciò si inizia a comprendere l’insolita, quanto immaginifica iconografia rappresentata dal Bosh in tutta la sua produzione artistica e di cui Filippo II detto “il Bello” fu uno dei maggiori committenti.

Tornando a parlare di Arte nel 1494, viene pubblicato in volgare il poema “ La nave dei pazzi” da cui il Bosh trarra spunto per un opera omonima

Bosh ship of fools
“The ship of fools” 1494
Louvre,Parigi

L’opera è un dittico composto da due piccole tavole dipinte ad olio: la prima quella più in alto “la nave dei folli” e un altra tavola, dal titolo “Allegoria dei piaceri” collocata di seguito, sotto.

immagine reale di come è composto il dittico
immagine reale di come è composto il dittico

La scena rappresenta, un mondo onirico ed irreale , in cui i protagonisti sono uomini e donne, colti in azioni tra il ridicolo ed il lussurioso, gli uomini sono rappresentati con i tratti deformati dal giudizio morale che l’artista vuole rappresentare, mentre la donne incarnano la concezione diffusa della donna tentatrice, strumento nelle mani del demonio per tentare l’uomo pio.

Il dipinto è una scena bucolica in cui il pittore rappresenta la sua critica nei confronti dell’abbondanza e quindi dello spreco di cibo, da parte della chiesa a discapito del popolo indigente ridotto alla miseria.

Il cibo in quest’ opera equivale al peccato , come il sesso ed il bere che vengono considerate le tentazioni dell’ demonio, e per questo profondamente biasimate, ma la profonda visione anticlericale che divampa nelle opere del Bosh ci trascina in un mondo orrifico ma verosimile, in cui i preti e le suore bevono e si abbandonano alla follia ed ai piaceri del vino e del cibo, incuranti della miseria intorno a loro.

Questa opera che ho preso in esempio non è che una, della vasta produzione dell’artista fiammingo che rappresenta un unicum della storia dell’Arte, altra opera rivoluzionaria del Bosh, che morirà di lì a poco nel 1516, è Il Trittico del Fieno, datato 1516 e conservato al museo del Prado a Madrid. Un opera composta da 5 tavole dipinte ad olio, i due sportelli chiusi compongono l’opera “Il cammino della vita”

bosh il cammino della vita
“Il cammino della vita”

L’ opera in questione, è una narrazione che si rivela piano piano, dapprima i due sportelli chiusi ritraggono un viandante che si trascina lungo la strada mentre intorno a lui si manifestano ogni genere di male, come monito per colui che osserva, di rimanere sempre attento e fedele al bene. nonostante, credenza comune all’epoca, gli uomini siano sempre dediti al male ed al peccato, per loro natura. Il pittore fiammingo, per i soggetti delle sue opere, si rifà alla simbologia esoterica, all’alchimia, ed ai Tarocchi.

il viandante infatti potrebbe fare riferimento al ventiduesimo arcano il Matto, che nei tarocchi può avere un duplice significato: o il grado più alto dell’ iniziazione, oppure il vagabondo che si trascina il suo carico di peccati, lungo la strada della vita, il bosh lo ritrae vestito con un costume preso dalla Commedia dell’Arte.

Trittico del carro di fieno: Il peccato originale”; “il carro di fieno” e “le costruzioni infernali” Museo Del Prado, Madrid

Una volta aperti gli sportelli le tre tavole che troviamo davanti sono un sunto di tutta la poetica iconografica del Bosh.

Partendo da sinistra, ne “Il peccato originale”, il pittore fiammingo, racconta la storia di Adamo ed Eva, partendo dall’alto, la venuta sulla terra come prediletta creatura di Dio, a seguire troviamo il diavolo che tenta Eva nelle vesti di serpente ed infine la cacciata dal paradiso, raffigurata in primo piano.

Sulla tavola centrale Bosh dipinge “Il carro di fieno” una scena allegorica popolata da tutto il clero, da sinistra il papa Alessandro VI, il re Filippo II e la sua corte, al centro un enorme carro pieno di fieno,potrebbe fare riferimento al settimo arcano dei tarocchi, in realtà il fieno nella tradizione fiamminga simboleggia la ricchezza e quindi l’avidità, e i sentimenti negativi che provoca. il carro è difeso e scortato da delle guardie mezzo-uomo mezzo-animale, sul carro, troviamo una scena di corteggiamento incorniciata dalle due figure antitetiche, l’Angelo e il diavolo, mentre Gesù guarda dalle nuvole la scena, a mani levate. Bosh dà molta importanza al significato della musica e degli strumenti musicali, conferendo una valenza dialettica, tra strumenti a corda , considerati strumento del bene, e strumenti a fiato, considerati invece, carichi di valenza demoniaca e per questo dipinti come parti anatomiche dei volti dei diavoli.

Infine, nell’ultima tavola a destra, Bosh raffigura “Le costruzioni infernali”

Il pittore, intende l’inferno Dantesco come una fornace operosa, in cui gli uomini, peccatori sono costretti a lavorare senza sosta mentre un esercito di diavoli, rappresentati come dei mostri crudeli, scuri con le fattezze deformi, infliggono ogni sorta di tortura affinché questa “costruzione” continui a crescere, E’ un inferno operoso come operosa ed efficace, era considerato l’intervento del Diavolo sulla terra.

La trattazione del demoniaco nei dipinti del Bosh rappresenta la massima libertà di sfrenata fantasia ed il picco artistico raggiunto dal maestro, con una capacità pittorica e una sensibilità nell’uso dei colori che lo annoverano ancora oggi tra i massimi pittori del passato.

continua.

Viaggi di Arte a Berlino

Partendo dal quartiere di Kreuzberg, il quartiere noto per la miriade di locali underground, dove potrete ammirare opere di street art un po’ ovunque,

In questo primo articolo dei nostri viaggi d’Arte, non potevo non iniziare da Berlino che per quanto riguarda l’Arte, non ha che l’imbarazzo della scelta.

street art in berlin
street art a berlino

ci dirigiamo a piedi verso il Muro di Berlino, che è fortunatamente ormai solo una galleria d’ Arte a cielo aperto, ma che custodisce in ogni sua pietra e granello di cemento tutto l’orrore a la disperazione di un popolo, costretto a rimanere separato in casa propria, che non ha mai smesso di combattere, ad ogni costo, per la propria libertà.

muro di berlino
The Wall
the berlin'swall
Street Art on the Berlin’s Wall
murodiberlino
muro di Berlino

Dopo aver attraversato entrambi i lati del muro, est e ovest, ci dirigiamo al nostro appuntamento con un opera  d’Arte contemporanea unica: Il memoriale per gli ebrei assassinati d’Europa, progettato dall’architetto Peter Eisenman, assieme all’ingegnere Buro Happold, inaugurato nel 2005 per commemorare le vittime della Shoah. Il Memoriale è composto da un campo di 2.711 blocchi di cemento e vi confesso che non se ne capisce la forza espressiva finché non ce lo si trova davanti, svoltato l’angolo in Cora-BerlinerStraße 1. La piazza nel quale è stato pensato è grandissima e si apre davanti a voi un ring di palazzi e gru sempre in costruzione, poi abbassando il vostro sguardo, vi accorgete di esserci dentro, perché è un opera che vi trascina dentro piano piano, da principio vi sentirete divertiti guardando la perfezione grigia di tutti quei piccoli parallelepipedi, ma non appena comincerete a camminare lungo una di quelle piccole vie che separano le file dei blocchi, comincerete a capirne il senso. Ad ogni passo i blocchi che vi circondano diventano sempre più alti, e alcuni poi convergono verso il centro, per accentuare ancor di più la loro incombenza su di voi, ora vi comincerete a sentire infastiditi, almeno la prima volta, perché la sensazione che si prova continuando a scendere verso il centro diventa sempre più simile all’asfissia,mancanza di ossigeno, freddo e cupa tristezza. La genialità, a mio parere, di quest’ opera risiede proprio nella sua progettazione, semplice, una sorta di avvallamento al cui centro si spinge ben sotto i 4 metri e la perfezione grigia e militare di questi blocchi usati per compensare come dei pilastri questo dislivello. L’effetto è impressionante, perché da fuori non lo comprendi ma è solo lasciandoti trascinare che comprendi per un breve momento cosa ha significato un costante senso di asfissia, un senso di impotenza nell’impossibilità di vedere la luce, per via dei blocchi che si fanno sempre più alti, coprendo la visuale del cielo e la freddezza glaciale, toccando i blocchi vi renderete conto che non c’è nulla di ospitale in quel luogo, quest’opera è unica per la sua capacità comunicativa, in grado di gridare rimanendo muta. Andateci se ancora non lo avete fatto, ne vale il viaggio.

Memoriale per gli ebrei assassinati d'Europa
Memoriale per gli ebrei assassinati d’Europa
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Memoriale per gli ebrei assassinati d’Europa

Il nostro viaggio nell’ Arte a Berlino, continua presso l’ Alte National Galerie,  uno dei 5 musei di Berlino facente parte dell’ isola dei Musei, oggi patrimonio dell’Unesco.

La Galleria ospita i una ricchissima collezione di capolavori tedeschi dell’ Ottocento e dei primi del ‘900, tra i quali possiamo ammirare: “Monaco in riva al mare” del 1810 di Caspar David Friedrich, e “L’isola dei morti” 1883, di  Arnold Bocklin , ma anche le opere di Eduard Manet,  Claude Monet, August Renoire, Rodin e tanti altri grandi artisti del passato .

Senza altri indugi, dopo aver lasciato il guardaroba, entriamo nel vivo della collezione,  il primo dipinto che cattura la mia attenzione è “small death scene” datato 1906 del pittore Espressionista Max Beckmann.

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“Small death scene”1906

Di cui vi ricorderete la più famosa opera “La notte” del 1919.

“the night” 1918

 “Piccola scena di morte” è un dipinto facente parte della collezione considerata  nel 1937 Arte degenerata, e esposta nel 1937 assieme alle altre opere “Degenerate”, mostra   voluta da Hitler per distinguere gli artisti nazionalsocialisti,  cioè coloro i quali sceglievano temi di gusto neoclassico, da quelli in netta contrapposizione con il nazismo che invece prediligevano una maggior libertà espressiva sia nelle tecniche che nei temi affrontati.

Questo dipinto ad olio, presenta molte similitudini con il maestro norvegese,  Edward Munch, per la scelta di colori caldi applicati sulla tela secondo la maniera impressionista, in cui i tratti di pennello sono giustapposti l’uno all’ altro, come pixel, che assumono una chiara raffigurazione solo da lontano. Lo spazio compositivo, è suddiviso in due ambienti, in primo piano, delle figure umane dai tratti squadrati, vestiti a lutto, una bambina vestita di bianco con il volto abbassato, i volti di questi personaggi sono solo abbozzati, nonostante ciò in loro traspare un senso di profonda tristezza, resa ancora evidente dalla drammaticità delle pareti, di colore rosso vermiglio  con motivi decorativi appena accennati, olte la soglia si entra nel dramma vero e proprio, e qui il paragone con Munch è d’obbligo, se prendiamo infatti l’opera  “ Morte nella stanza della malata” del 1895, è chiaro che Beckmann riprende il tema di Munch, concentrando l’episodio funebre, sul fondo del quadro, rappresentato sinteticamente da un letto della persona morta,  davanti al quale una figura in ginocchio incorniciata da delle lenzuola bianchissime, ci racconta il drammatico epilogo.

munch_morte nella stanza della malata

A seguire troviamo, un’altra opera, facente parte delle Neoavanguardie del Primonovecento, nello specifico inscritta alla corrente artistica del simbolismo, l’opera in questione è: “The Golden Island” del 1898  di Georg  Kolbe.

il  dipinto a olio su tela, è un opera molto suggestiva, perchè trasmette un senso di serenità senza tempo, per via di questo giallo oro dell’isola, che contrasta con le delicate silhuette delle figure in primo piano, rappresentate nude con la pelle candida, che quasi si fondono con le rocce del paesaggio. Le figure sono colte in azioni diverse tra loro, ma che trasmettono tutte la contemplazione dell’isola sfumata difronte a loro, in una sorta di attesa senza tempo.

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“The Golden Island” 1898

Entrando nella grande sala dedicata ai grandi pittori della secessione viennese ( antesignano del Art Noveau.) la prima opera che ci troviamo difronte è “ Il Peccato” di Franz Von Stuck 1893, opera dall’ evidente tema biblico, trattato con lo stile Simbolista.

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“il peccato”1893

È uno dei più celebri dipinti dell’ Artista tedesco, carico di inquietudine, trasmessa dalla scelta dei colori molto scuri, e dalla testa del serpente che ci fissa creando una sorta di attrazione repulsione,  nei confronti della donna dai lineamenti androgeni, il cui corpo sembra apparire dal buio incorniciato dalle spire del grosso serpente, che l’ adorna.

Di seguito, sempre dello stesso artista, ci colpisce la cromaticità scura ed elegante del “ritratto di Tilla Duriex nelle vesti della maga Circe.” 1913 

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“ritratto di Tilla Duriex nelle vesti della maga Circe.” 1913

L’attrice tedesca molto nota negli anni ’20, raffigurata di profilo mentre porge una coppa dorata, che secondo il poema epico dell’ Odissea di Omero, conteneva il veleno che trasformerà in maiali i commilitoni di Ulisse, quindi anche in questo dipinto la donna è rappresentata con una  chiara valenza negativa, di colei che tenta ed inganna l’uomo.

Sull’altro lato della Sala non potete che non esserne subito folgorati, troviamo il dipinto, per il quale siamo venuti, L’Isola dei morti” del principale esponente del Simbolismo: Arnold Bocklin del 1880 .

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“l’isola dei morti”1880

IL dipinto di medie dimensioni, è uno dei cinque con lo stesso soggetto, dipinto dall’artista. Raffigura al centro dela composizione, un massiccio granitico a picco sul mare, alternato ad un architettura megalitica al cui centro troviamo un fitto bosco di cipressi, alberi tradizionalmente associati alla morte,  che svettano oltre le rocce.  Tutto è fermo, come sospeso nel tempo, anche lo specchio d’acqua è talmente immobile,  da suggerirci il paragone con un altro materiale carico di significato funereo,il marmo.

L’unica figura umana presente è quella  sulla poppa della barca, simile a Caronte, che scorta una figura tutta avvolta nelle bende, simile ad una mummia, probabilmente un anima. Quest’opera ha tente chiavi di interpretazione, c’è chi ha scorto un significato mistico,  chi di natura letteraria, infatti l’isola dei morti fu anche un opera editoriale di Mallarmè, fondatore della letteratura simbolista, altra interpretazione più biografica si riferisce alla morte prematura di ben sei, dei suoi figli, mentre era in vita.

Ad avvalorare questa  presenza costante del tema della morte in Bocklin, troviamo “Autoritratto con la morte che suona il violino” del 1872.

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“Autoritratto con la morte che suona il violino” 1872

Quest’opera vi cattura per la sua comunicabilità, il pittore si ritrae in una posa e con uno sguardo che presagiscono un fatto inatteso che stà per accadere, e di cui la morte alle spalle sembra accennargli qualcosa all’orecchio. Il tema del “memento mori”  viene affrontato con un significato nuovo, non come una maturata consapevolezza, ma al contrario come “frutto di un fortuito apprendimento” cit Simone Rossi. Il violino della morte suona solo la quarta corda, le tre corde spezzate richiamano il mito delle tre Parche, le mitiche filatrici che presiedevano alla vita dell’uomo dalla nascita alla morte.

Infine tra le tante opere che potete trovare di grandi artisti come Gauguin, Cezanne, Monet, quello che mi ha colpito profondamente, perché è il pittore considerato padre del romanticismo tedesco, di cui sono stato sempre un ammiratore, è Caspar David Friedrich e di lui troviamo 3  dei suoi capolavori: “Monaco in riva al mare” del 1808 ; la spettrale quanto splendida veduta de l”Abbazia del querceto”1810 e infine “uomo e donna davanti alla luna” del 1818.

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“monaco in riva al mare”1808

Friedrich è considerato il padre del Romanticismo tedesco , proprio con l’opera “monaco in riva al mare” questo dipinto a olio, è una grande tela, in cui domina una natura selvaggia ed ostile all’ uomo, e dove gli è riservato solo un piccolo spazio in primo piano. Ammetto, che quando l’ho visto ho iniziato a sudare dall’ emozione,  l’impatto è sconvolgente, la pittura vortica libera nel quadro, lasciando il monaco inerme, difronte a tanta forza distruttiva, l’uomo appare ridicolmente inutile, anche a livello compositivo, potrebbe non esserci, ma il fatto che l’artista lo pone al centro del nulla ci fa immedesimare con lui ed il suo senso di smarrimento diviene il nostro.   

Non meno affascinante e sconvolgente a seguire troviamo “ Abbazia del querceto”

dove questa ostilità della natura appare molto più pressante e funerea. Il dipinto di piccole dimensioni è una pietra miliare nella ricerca stilistica del paesaggio spettrale e spaventoso, che metterà le basi per tutti gli sviluppi artistici legati a questo stile anche in altri ambiti artistici come quello cinematografico.

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“Abbazia del querceto”1810

L’ultima opera che troviamo di seguito è uomo e donna davanti alla luna” del 1818, l’opera è composta da un forte controluce che occupa più di metà della composizione, in cui possiamo riconoscere le due sagome di un uomo ed una donna sotto la luna, anche qui l’intento non è quello di concentrare l’azione sull’uomo ma sulla natura carica di valenza negativa quanto indecifrabile, pe l’uomo che non può che non ammirarla. E’ sempre una natura che intimorisce per la sua  indecifrabile fenomenologia,  per cui l’uomo è vittima degli eventi, spettatore e protagonista inconsapevole dell’universo.

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“uomo e donna davanti alla luna” del 1818.